Blade Runner 2049 – Il sequel impossibile?


2049. L’agente K (Ryan Gosling) è un Blade Runner, ovvero un detective/killer incaricato di cacciare e terminare i replicanti: macchine bioingegnerizzate assimilabili agli esseri umani.

Nel 2020 vede la luce il modello di replicanti Nexus 8, caratterizzato da una durata di vita naturale, contrariamente al precursore Nexus 6 la cui “data di scadenza” era di quattro anni; l’avvento dei Nexus 8 causa disordini e dissidi nella società che vede nel nuovo modello un pericolo alla sopravvivenza e all’unicità dell’essere umano e ha timore che possa imporsi come “specie” dominante.

Nel 2022 i replicanti si ribellano e causano un catastrofico blackout che azzera ogni banca dati esistente e di fatto annulla quella che oggi riconosciamo come l’esistenziale e indispensabile interconnessione telematica tra gli individui; diventano fuorilegge, costretti a nascondersi in terre desolate lontano dall’occhio umano cacciatore e indagatore, sempre vigile e spalancato sulla società.

L’essere umano del 2049 è solo, perso in un oblio cibernetico senza memoria digitale; quel che resta è scritto nei libri e inciso nelle registrazioni analogiche, ricordi di un’esistenza passata difficili da mettere a fuoco.

Blade Runner 2049

In un allevamento di proteine fuori città – un panorama di apertura mozzafiato che mostra la distopia rurale della società in una nebbia opalescente –, l’agente K scova e ritira Sapper Morton (Dave Bautista è sorprendente nel suo primo ruolo drammatico), il Nexus 8 cui stava dando la caccia. Nei pressi, vicino a un albero morto, trova interrata una scatola che nasconde un segreto sconvolgente la cui rivelazione sovvertirebbe l’ordine delle cose.

Seguendo una scia di “briciole sintetiche” fuori dai confini di Los Angeles, si dirige verso la distesa sperduta di San Diego, ridotta a un deposito di baracche arrugginite, per giungere infine a una necropoli irradiata e deceduta, conosciuta un tempo come Las Vegas, dove incontra un ex-cacciatore di androidi, chiave di volta per comprendere il mistero.

Blade Runner 2049

Un’indagine travolgente, sia filosofica sia fisica, le cui tappe sono ben distinte, ma che insieme vanno a comporre un complesso affresco suggestivo.

Le immagini attirano in profondità, come se generassero una forza gravitazionale; un’esperienza sensoriale affascinante e impressionante che sfrutta il senso di nostalgia e spalanca gli occhi su un abisso d’acciaio malsano, sgradevole e letale in cui si specchia la società moderna.

Blade Runner 2049

La Los Angeles del 2049 è perennemente notturna e grondante lacrime di pioggia; sporadici bagliori solari illuminano il volto e la mente di fanatici rivoluzionari e di poveri bisognosi che mangiano cibo di strada dell’Asia orientale nei mercati, indossano giacche a vento trasparenti e sono circondati da pubblicità che promettono loro una nuova vita in lontane colonie extra-mondo che non possono permettersi di raggiungere.

Non c’è più identità, l’essere umano non si riconosce più, il dubbio di essere Macchina è così distopico da portare alla pazzia e alla dannazione dell’anima: i vizi e le dissolutezze donate così generosamente, ma a carissimo prezzo, da un benefattore intelligente autoproclamatosi Creatore sono gli unici baluardi a cui aggrapparsi, poiché la memoria storica, ovvero l’esperienza acquisita nel corso della vita, non garantisce più certezza di umanità.

Come fosse in una bolla temporale, la città è ancora torbida, fumosa, inquinata e inquietante. Non è cambiato nulla dopo trent’anni.

Blade Runner 2049

Il contesto, tuttavia, è differente: l’ecosistema terrestre è morto, il mondo è paralizzato e dipendente da coltivazioni di proteine, e la Tyrell Corporation, responsabile della creazione dei cosiddetti “lavori in pelle”, è ormai un lontano ricordo; acquisita da Neander Wallace (Jared Leto) è rinata come Wallace Corporation che mantiene la (sotto)classe umana, sostentandola con cibi sintetici e partner olografici.

Wallace ha ridato linfa vitale al mondo, dopo il cataclisma, ereditando lo spirito di Eldon Tyrell (ucciso dalla sua Creatura), ma non la sua capacità di compiere miracoli tecnologici. Un impostore, uno stregone oscuro hi-tech che gioca con la negromanzia e schiavizza il Replicante che, dominato dal terrore, lo aiuta a prosperare. Perché? Per un bisogno di realizzazione impiantato nel cromosoma genetico, programmato per essere “più umano dell’umano”, ma sempre e comunque al suo servizio. Isaac Asimov, dopotutto, aveva ragione.

Blade Runner 2049

Il “dream team” è cambiato. Denis Villeneuve subentra alla regia, mentre il cineasta inglese Ridley Scott si “accontenta” di stare in panchina col ruolo di produttore esecutivo. Dennis Gassner sostituisce Lawrence G. Paull nella scenografia, aiutato dal visionario lavoro di Syd Mead (già collaboratore artistico per Blade Runner). Le musiche sono a cura di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch che ricordano, purtroppo solo lontanamente, l’indimenticabile e insuperabile opera di Vangelis, canalizzandola in alcuni istanti.

Il più importante è Roger Deakins che fa della livida fotografia, satura di sfumati contrasti, la struttura portante. Ciò induce a pensare che, in realtà, sia la narrazione di Hampton Fancher (tornato dopo aver visto rifiutata la sceneggiatura di Blade Runner) e Michael Green a fare da sfondo; tuttavia non è così, poiché in Blade Runner 2049 la definizione di Replicante acquista un nuovo livello di profondità.

Blade Runner 2049

Se prima si contestualizzava la Macchina in contrapposizione all’Uomo, qui vi sono sfaccettature metafisiche e psicologiche di ben altra natura: alla continua ricerca di condivisione e ricongiungimento al Creatore si unisce un bisogno inedito di identificazione.

I replicanti provano rabbia per la loro condizione, vogliono ribellarsi per imporsi sulla società con forza inaudita, tramando nascosti nei vicoli bui della megalopoli; un senso di libertà non più apparente, poiché l’ingranaggio azionato dall’essere umano è destinato a rompersi per un miracolo tecno-biologico.

Il perno su cui ruota la caratterizzazione dei personaggi è il complesso rapporto Macchina/Macchina (o Intelligenza Artificiale), la componente più intrigante, mentre alcune evoluzioni narrative potrebbero far storcere il naso a chi già sognava un futuro idilliaco per Deckard e Rachel. Sembra ormai pratica comune disintegrare i sogni, le speranze suscitate dalle pellicole anni Ottanta, di per sé perfette (si pensi a Han Solo e Leia in Star Wars – Il risveglio della Forza).

Deliberatamente lenta, la pellicola non si sofferma su sequenze d’azione vertiginose: quando si verifica la violenza, è breve e brutale. Una narrazione ingiustamente didascalica che richiede una certa attenzione e una buona dose di concentrazione per la grande mole di dettagli.

Blade Runner 2049

Denis Villeneuve ottimizza il carisma e il sorriso riluttante di Ryan Gosling che è semplicemente perfetto; mentre se si pensa che Harrison Ford sia su un territorio facile, poiché alle prese con l’ennesima versione di un personaggio classico che potrebbe giocargli un brutto tiro, è meglio ricredersi: questa è forse la migliore performance della sua carriera. La situazione di Rick Deckard mette alla prova la recitazione del veterano in modi che raramente si sono visti prima.

Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Mackenzie Davis, Carla Juri, Hiam Abbass e Robin Wright vanno un comporre un cast di supporto tutto al femminile che riconferma la grande importanza e potenza del ruolo della donna nel Cinema moderno.

Blade Runner 2049

Trascendente e immenso, Blade Runner 2049 non è certamente “più capolavoro del capolavoro” (semmai il suo replicante) di cui esalta il virtuosismo attraverso un’ammaliante fotografia, più unica che rara, e una narrazione stratificata su più livelli, come pieghe di carta a comporre un origami, espandendo l’opera di Philip K. Dick a cui Hampton Fancher e Michael Green rendono forse più giustizia.

Denis Villeneuve, con grande coraggio e maestria registica, riesce nella difficile impresa di realizzare il “sequel impossibile” in cui il quesito esistenziale del personaggio cardine rimane giustamente indefinito, continuando a dipendere dalla chiave di lettura che gli si vuole attribuire, mentre è esplicitato tutto il resto, annullando quella carica di ambiguità che definisce così brillantemente il prototipo originale.

Blade Runner 2049 detiene l’anima del Cyberpunk, un’anima metallica, fredda e senza speranza, se non per un ritrovato rapporto che porta calore umano nell’amaro finale che ci lascia con la domanda a cui è più arduo rispondere: “un colpo di genio o forse una cattiva digestione?”.

 

Alessandro Pin
destinazionecosmo.altervista.org

 


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