Gamer Girl? No grazie!

Gamer Girl

Ho cominciato a videogiocare da bambina, conquistandomi a fatica piccoli attimi rubati con le console dei miei cugini più grandi o il tanto agognato permesso di intrattenermi con qualche fantastico cabinato. Tutto mi è venuto molto naturale, come se fosse qualcosa che ero destinata a scoprire, un po’ come, passatemi il paragone, imparare a camminare.

Poi è arrivata la mia prima console, il Sega Mega Drive.

Sega Mega Drive
Sega Mega Drive

Era mio, non dovevo più sperare che qualcuno si distraesse il giusto tempo per rapire il joystick o che i miei cedessero portandomi in sala giochi. No. Era mio. Ed è stato amore al primo istante.

Ricordo quasi un senso di spaesamento dinanzi alla possibilità di godere a pieno di tutte le gioie che quella piccola scatola nera era pronta ad offrirmi. Le partite con Altered Beast, Bonanza Bros., ToeJam & Earl, Sonic, Alex Kidd e tanti altri titoli sono indelebili nella mia memoria.

E poi sono cresciuta, andare in sala giochi era una mia scelta che ripetevo spesso e volentieri, il mio orizzonte videoludico iniziava ad allargarsi con la scoperta di altre console (qualcuno ha detto Snes?) e la mia fame di videogiochi non era mai placata. E così, naturale come era nata in me, questa passione ha continuato a crescere, accompagnandomi lungo i sentieri della mia infanzia, per le tortuose vie dell’adolescenza e le faticose salite dell’inizio dell’età adulta.

Non era tanto e solo un passatempo, un piacevole modo di impegnare qualche ora, bensì una sorta di chiamata, una scelta che implicava altro rispetto a quel poco che sembrava chiedermi e mi restituiva infinitamente di più.

Super Nintendo

Poi un lungo periodo di nulla.

Sarà stata stanchezza, poca serenità. Mi sarò lasciata catturare da quella sciocca ansia di non avere più tempo per quello che ci rende felici, che è un male della società moderna e ci conduce a pericolosi estremi. Non so cosa è stato. Fatto sta che è andata avanti così per un po’.

Ma poi, puntuale come il destino quando interrompe la sua attesa, questa bellissima storia che è la mia passione videoludica è tornata a chiamarmi e a chiedermi di condividere altri tratti di strada.

Ed eccomi qui.

Queste righe sono nate quasi di getto per giungere a dire un qualcosa che potrebbe risultare scontato ma è in realtà spesso frainteso o dimenticato. Videogiocare è un verbo unisex. Non ha connotazioni maschili o femminili.

Vi starete probabilmente chiedendo, con non poco fastidio, se questa si rivelerà una tediosa sequela di luoghi comuni su quanto sia maschilista il mondo dei videogiochi. No. Assolutamente no. Sgomberato il campo da pur legittimi dubbi, veniamo al punto. Non esistono le gamer girls per come questo termine è stato usato, abusato ed inteso nella comune coscienza.

Ho parlato di naturalezza riferendomi alla mia passione, e non a caso. Non è un qualcosa che ho cercato, forzato o che mi sono imposta. Semplicemente è nata in me, come se mi aspettasse dal mio primo attimo di vita. E questo senza minimamente curarsi del mio essere donna. Come è stato per me credo sia stato per moltissimi altri e altre. Anzi, ne sono certa.

Gamer Girl

E allora, perchè spesso questo mio essere donna e videogiocatrice è stato motivo di posticce adulazioni o di inutili pregiudizi e luoghi comuni?

Non ho la risposta, e probabilmente imporrebbe dissertazioni sociologiche che non rientrano affatto nelle mie competenze e conoscenze, ma posso limitarmi ad affermare che siamo videogiocatori o meno, ma non esistono altre sotto categorie legate al nostro sesso. Almeno, non secondo me.

Tante volte sono stata oggetto di adulazione maschile perché mi intrattenevo in lunghe conversazioni sul modo migliore per uccidere un boss di Final Fantasy o perché partecipavo ai tornei in sala giochi. Tante volte, allo stesso modo, sono stata schernita dalle mie amiche e dai miei amici per lo stesso motivo. Ma mai mi sono posta il problema.

Mi ci sono scontrata, dubbiosa, cercando di capire il motivo di tali atteggiamenti, diversi ma uguali nell’essere, a mio avviso, forzati in quanto fini a se stessi, non supportati da altro. Ma mai mi sono lasciata condizionare. E ho trovato tante persone che condividevano la stessa naturalezza nell’approcciarsi con questo mio lato che mi aveva contraddistinto nell’iniziare a coltivare la mia passione. Fossero o meno, a loro volta, videogiocatori.

Ma al di là delle reazioni, che invero oramai dovrebbero essere superate, non riesco a vedere il perchè essere una donna che ama videogiocare debba conferirmi qualcosa in più o in meno a seconda di chi sia il mio interlocutore.

Forse oggi è in parte superato quanto ho scritto. Ma non poi così tanto. Ci sono ancora persone accecate da questi luoghi comuni, che vedono in una ragazza appassionata di videogiochi un miraggio che si rivela realtà. Così come c’è chi è sempre pronto ad attaccare facili etichette.

Gamer Girl

E, allo stesso tempo, ci sono tante ragazze che fanno di questa presunta passione – spesso solo ostentata – una bandiera da sventolare per apparire, forzatamente, appunto, gamer girls, sia che questo voglia dire arroccarsi dietro un femminismo snaturato o insistere su questa etichetta per puro desiderio di ostentazione. Come se questo termine significasse qualcosa di più della sua traduzione letterale.

Via le etichette, via le forzature, via il cavalcare la moda del momento vestendosi di passioni che non ci appartengono. Via l’attribuire ad una persona valore SOLO in funzione di un suo interesse, prima ancora di conoscerla.

Togliamo tutto questo, anche solo per un momento.

Cosa rimane? Semplice.

Giochi. E videogiocatori.

 

Emanuela Ocello
www.marzianiconilpad.it

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