L’umiltà dei grandi – I miei Tempi Moderni

I miei Tempi Moderni

Oggi Shiny Magazine condivide con voi un testo straordinario, che ci ha saputo emozionare e commuovere: il buon Giuseppe Armellini si racconta ai suoi lettori.

I miei Tempi Moderni

Il vagabondo si ritrovava in mezzo agli ingranaggi, vera metafora, se ce n’era una allora, se ce n’è una anche adesso, di quest’uomo ormai stritolato dal progresso, dalle macchine, dagli automatismi. Eccolo poi nella catena di montaggio, questo centipede umano ferroso che di umano non ha quasi più niente. Velocità, ripetizione e poi ancora velocità, ripetizione, ripetizione, ripetizione.

Tempi Moderni

77 anni dopo, 2 anni fa, entro in questo mondo. La cosa che più sorprende all’inizio è l’abbigliamento. Centinaia di Umpa Lumpa sbiaditi, un completo giallo spento o marroncino chiaro, copritesta, copribarba, giacche.

Anche la ragazza più bella scompare dietro al livellante vestiario. Ne puoi intuire il fisico, ne puoi immaginare la completezza del viso, ma quasi sempre, poi, fuori dalla fabbrica nemmeno riconosci persone con cui hai lavorato fianco a fianco. Gli uomini poi, forse pure peggio, ancora più uguali, se mi passate il termine. E stai lì, in catena di montaggio (anche se sarebbe più opportuno chiamarla “linea”, visto che noi non montiamo nulla), una delle tappe nel percorso di creazione di quel cioccolato. Qualcuno sta in cima, dove ne senti l’impressionante odore che poi non ti esce più in tutta la vita, e qualcun altro, come quasi sempre ero io, sta in fondo, dove tutto diventa scatola e pedane. E poi vai cioccolato mio, vai in giro per il mondo a ricordare quanto ancora questo marchio e questa città sia grande.

Ho faticato tanto. Mentalmente dico.

Venivo dal tennis, venivo da un negozio, venivo da lavori di tante parole, tanto scambio, tanta vitalità. E ora mi ritrovavo in queste 8 ore di identici gesti, di mente divisa in due, quella astratta che se ne va e pensa al cinema, alla vita, alle preoccupazioni, e quelle automatica che invece stava lì, a non sbagliare niente, a far funzionare bene l’ingranaggio.

Baci Perugina

Ho provato, a costo di sembrare a tanti un alieno, a parlar con tutti, a scherzare, a fare il coglione e a parlare di cinema o di passioni. Ma non ho mai trovato quasi nessuno al caso mio.

E non è questione di “intelligenza” o interessi, anche quello, ma è che quando lavori una vita in fabbrica la tua testa diventa pratica, pragmatica, ancorata alle cose. Diventi un ingranaggio sociale. E questo ha anche moltissimi lati buoni eh, perchè chi ha troppo la testa sulle nuvole soccombe sempre, la vita andrebbe saputa affrontare meglio.

Allora l’unica “capacità” che potevo usare era il mio autismo per i numeri.

“Giuseppe, sono le 9.13, quante pedane avremo fatto alle 11.47?”
“A questo ritmo 7 pedane e 13 pacchetti”

C’era un rallentamento?

“Ragazzi, abbiamo perso una ventina di pacchetti di media, a fine turno faremo 11 pedane e mezzo”

Senza, praticamente mai, aver sbagliato. Anni e anni di calcoli dei macchinisti e capiturno non servivano più, i tempi li davo io.

Tante brave persone là dentro, tanti lavoratori, pochissime teste calde, pochissimi lavativi. In un’azienda monstre che è amata in tutto il mondo e ultima risorsa storica di una città che, come tutte, fatica tanto. Crollasse lei crollerebbe la città. E allora si resiste e non importa se i baci sono diventati svizzeri perchè l’anima di quel bacio resta perugina. Che gli svizzeri poi i baci nemmeno li sanno dare.

Quest’anno sono entrato nello stesso stabilimento ma da un’altra porta, con un’altra azienda. E mi sono ritrovato a guidare un muletto. E ad alzare, stivare e smuovere sacconi da 1200 kg di grani di cacao.

Muletto

Terrore puro, specie l’entrare col muletto dentro fatiscenti camion, che ti sembra di crollare giù, e prendi questi sacconi con 1 cm di avanzo su ogni lato, che se sbagli qualcosa li squarci e se si aprono ti crolla il mondo addosso. Dopo il primo giorno di lavoro ho avuto una crisi di panico tremenda, ai confini del delirio. Sms di licenziamento scritti e cancellati più volte, il sonno che arriva alle 6 del mattino, la certezza di reggere al massimo 3 giorni.

E’ stato buffo il giorno del colloquio, con il capo che dice “so che tra voi c’è un intellettuale” e queste 4 persone che si guardano l’un l’altro e poi, quasi all’unisono, indicano me e dicono “credo sia lui”. Che poi, e chi mi conosce lo sa, io sono l’opposto di quello che si può definire un intellettuale.

La laurea in lettere moderne con 110 e lode ha creato un caso là dentro. Tutti che mi chiedono perchè, percome, ma che fai qua, sei un professore. E invece non capiscono che questi lavori che sto facendo non sono un declassamento ma un miracolo, specie ai nostri tempi. Ho provato a mandare curriculum dove avrei amato lavorare, ma non ho raggiunto nemmeno un colloquio. E allora sto qua, a dimostrare che anche uno che non sa cambiare una lampadina in casa -true story- può fare lavori, a volte anche meglio degli altri, che non si sarebbe mai immaginato di poter fare.

Sto qua sapendo che se sono qui la colpa non è solo di una società in crisi, di una laurea inutile e di un sistema che non funziona, ma soprattutto mia, che non ho mai lottato fino in fondo per essere altrove. Sto qua adesso, come ogni anno per soli pochi mesi, con una tuta da lavoro blu al posto del completino da cioccolatai. A lavorare anche di domenica pomeriggio e di notte.

Sto qua con quel 77 che mi ronza intorno.

77 come il mio anno di nascita.

77 come l’anno della morte di Charlie Chaplin.

77 come gli anni passati da quei Tempi Moderni ai miei tempi moderni.

Un giorno, magari, troverò qualcosa non dico di meglio, ma che mi piacerà di più. Ed uscirò dalla fabbrica andando verso l’orizzonte, come i suoi finali. Con una bombetta, un bastone e un’andatura ciondolante.

Tanto, vagabondo, già lo sono.

Vagabondo


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